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La “classica vacchetta”

La “classica vacchetta”
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Che bella la pelle al vegetale, questa è la “classica vacchetta“. Ecco uno dei commenti che apprezzo di più quando mostro il risultato della fatica, ma soprattutto della passione e dell’attenzione adoperate in conceria. Non è tanto l’aggettivo “bello” che mi fa piacere perché si sa, al giorno d’oggi, il bello e il brutto sono delle categorie talmente ampie e soggettive da includere o escludere prodotti di qualità insieme ad altri di scarso valore. Quello che veramente apprezzo sono le parole classica e vacchetta. Mi stupisco sempre un po’ che qualcuno, ancora oggi, si ricordi di quell’appellativo un po’ desueto per chi non è del settore. Ma, forse, la ragione per la quale il termine vacchetta abbia resistito alle intemperie degli anni è dovuta al fatto che ad esso si associa quell’aggettivo importantissimo di classica.

La vacchetta e quel sapore “classico”

In un mondo sempre più in preda ad un’ossessiva voglia di modernità e d’avanguardia, tanto da scadere nelle pacchianate kitsch che infestano molto di ciò che ci circonda, l’unica salvezza è aggrapparsi al classico. Ma cos’è il classico? Si potrebbe aprire una parentesi enorme sul significato del termine e della sua etimologia, ma qui non siamo nella sede adatta, non filosofeggiamo né vogliamo diventare noiosi.  Tuttavia, si può dire, senza tanti giri di parole, che il classico rimanda al concetto di storia e quindi anche alla cultura che si cela dietro il sostantivo al quale si associa.

Pensando alla “vacchetta”, allora, il fatto che sia “classica” ne accresce estremamente il senso: se, nel gergo comune, si è soliti attribuire alla pelle al vegetale il termine “classica”, significa che nel corso degli anni le si è riconosciuto un valore immenso grazie a tutta quella serie di fattori che vanno dalla storia del luogo nel quale è sempre stata prodotta: la Toscana; passando consecutivamente e immediatamente per il tipo di produzione con la quale è sempre stata realizzata: la concia al vegetale; fino ad arrivare a quel look e quell’odore e quel misto di sensazioni inconfondibili che l’hanno resa riconoscibile sino ad oggi. Allora sorge spontanea la domanda: la “classica vacchetta” è ancora di moda? In una scena del film The September Issue del 2009, Anne Wintour, redattrice di Vogue America, diceva: “la moda non guarda indietro, guarda sempre avanti“. Per un lettore disattento basterebbero queste parole a far sì che si considerasse qualsiasi “classico” (e quindi anche la “classica vacchetta”) come fuorimoda, come contrario alla moda, cioè a quel processo effimero e passeggero che coinvolge il “qui e ora”, che “coglie l’attimo”, nella convinzione che il nuovo sia migliore di quel che è venuto prima.

In realtà, troppo spesso la gente si dimentica che se le mode raccontano dei nostri tempi, esse raccontano soltanto di brevi periodi che si susseguono alternandosi uno dopo l’altro e, talvolta, ripetendosi. Ma qualora si voglia davvero trovare qualcosa d’attuale, qualcosa di sempre presente, di mai vecchio, di mai andato e, perché no, persino di contemporaneo, ecco che ci si rivolge al classico.

Perché acquistare qualcosa di classico?

Se le mode del momento ci portano ad acquistare oggetti validi oggi, ma destinati ad essere assorbiti dal ciclo severo della moda e quindi ben presto consumati e rigettati per noia o perché ormai già “andati”, scegliere un “classico” come una borsa, un portafoglio, o un qualsiasi altro oggetto in pelle al vegetale, non significa scegliere un prodotto d’altri tempi, ma di sempre.

Scegliere la pelle al vegetale significa ricordare i valori di un luogo, la fatica e il sudore di generazioni di persone che hanno mantenuto vivo quel luogo grazie al loro lavoro e così significa rispettarne e apprezzarne la tradizione e la cultura, scegliendo un qualcosa non di “fuorimoda”, non “contro la moda”, ma sempre di moda, sempre attuale, sempre contemporaneo. Per questo adoro quando la chiamano la “classica vacchetta”, perché come scriveva Marc Fumaroli, il classico: “è la luce che non cambia. È il tempo che trionfa sul tempo, del quale siamo diventati poveri, pur avendone oggi bisogno“.

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