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A fior di pelle: innamorarsi delle tradizioni

A fior di pelle: innamorarsi delle tradizioni
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Cari lettori,

io amo la mia patria. Ritengo di essere una persona fortunata perché uscendo di casa la mattina, anche solo nel breve percorso che mi separa dal mio luogo di lavoro, posso, svoltando a sinistra, osservare e ammirare delle antiche ville venete e girando a destra una deliziosa piccola chiesa del X secolo. Tutto questo in pochi metri. Anni fa durante un viaggio negli Stati Uniti rimasi fortemente colpita dall’orgoglio di questo immenso paese capace di trasformare le sue “pietre antiche” in veri e propri valori nazionali e pensai che noi italiani non siamo mai abbastanza consci di come la nostra madre terra sia una “nazione museo” senza pari in tutto il mondo. Un museo non solo di capolavori unici appartenenti alla pittura, alla scultura, all’architettura ma una vera e propria fucina di idee, di bellezza e di tradizioni che non dobbiamo lasciar scivolare nell’oblio. Se aggiungiamo a questo la magia dei diversi paesaggi, dipinti come quadri dalla natura lungo tutto il nostro “stivale”, che va dalle vette altissime, che videro il passaggio di Annibale, fino alle più piccole isole circondate dai colori delle varie sfumature di blu turchese del mare, che narra di scoperte, di battaglie e di avventure, non possiamo che ringraziare ogni giorno la nostra buona stella di averci dato i natali tra queste meraviglie.

La vita sappiamo bene dipendere da una grande varietà di elementi e malgrado molti di questi possano rilevarsi a volte difficili, noi umani dovremmo avere sempre in mente una frase che Shakespeare mette tra le labbra a Giulio Cesare “C’è una marea nelle cose degli uomini che quando è alta, conduce alla fortuna… Ora noi navighiamo in un mare aperto… “; marea che interpreto quale capacità di impegnarsi in un progetto al di là delle difficoltà e degli impedimenti  e fortuna intesa in questo contesto quale realizzazione di un sogno che conduce al mare aperto della vita che necessità sempre di flessibilità e di capacità di adattamento.

Considerando questa affermazione shakespeariana credo che la nascita nel 1994, tra le dolci colline tra Firenze e Pisa, del Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale possa esserne un perfetto esempio. Tutto inizia dal sogno di un gruppo inizialmente ristretto di persone, che pervase dallo spirito della natura di quel territorio ne sono diventate i “portavoce”, raccogliendo una tradizione locale la cui origine ancestrale si perde nella notte dei tempi. Coloro che ci hanno creduto, hanno creato una prestigiosa e nobile realtà che oggi deve essere considerata come un fiore da custodire e proteggere con amore. Sì, intendo proprio amore, l’amore di una persona innamorata di ciò che produce, di ciò che intende tramandare alle generazioni future e di ciò che desidera far conoscere.

Parlando con Simone Remi, l’attuale presidente del Consorzio, si percepisce questo profondo amore che nasce dal cuore e dal contatto con la sua terra. Mi ha raccontato che molto spesso organizzano seminari nelle capitali di altri paesi, come Giappone e Corea, per divulgare la conoscenza della loro tradizione conciaria unica al mondo e che nell’intento è sempre il cuore che li guida. Ascoltando le sue parole li ho immaginati come “artisti territoriali in movimento”, artisti che dalle loro moderne “botteghe”, che desidero definire “rinascimentali” in onore della loro toscanità, con passi decisi intraprendono lunghi viaggi, non solo al fine di far conoscere agli operatori del settore la pelle al vegetale, ma soprattutto per accrescere l’importanza delle scelte basate sulla qualità.

Personalmente li ringrazio di questo sforzo che va al di là di un’economia di mercato massificata dove tutto è unificato e uguale. Viviamo nell’epoca del divertimento dove lo svago è il senso della vita che spesso si alimenta di immagini di superficie che per ignoranza crediamo essere vere, ma sapere che esistono realtà che nutrono la conoscenza dell’umanità, come si faceva una volta, ad esempio attraverso i racconti degli dei e degli eroi, è rincuorante.

Le persone devono avere la possibilità di conoscere; quante volte abbiamo avuto di fronte a noi una rivista di pettegolezzi oppure un capolavoro scritto da un grande scrittore? Dovremmo sapere sempre cosa scegliere con consapevolezza e questo non significa che non possiamo leggere la rivista di pettegolezzi, ma se cominciamo a studiare, a informarci, a cambiare, sarà sempre più difficile scegliere certi tipi di letture perché ci sarà evidente che non portano nulla di significativo nella nostra vita. Sono invece le idee, i ragionamenti, le intuizioni, la creatività, le domande, la sensibilità, i presentimenti che illuminano un percorso che i “padri” fondatori del Consorzio intrapresero anni fa optando per la via della “sapienza” e sentendo profondamente, che la loro è una filosofia di scelta e filosofia, non dimentichiamolo, significa “amore per il sapere”.

Non è mia intenzione addentrarmi in discorsi tecnici sulla pelle conciata al vegetale,  ma leggendo una frase nel sito che con fierezza afferma che “La concia al vegetale è una lavorazione che nasce dalla natura e alla natura ritorna in piena armonia”, viene espresso un concetto che mi conduce immediatamente agli alberi, le cui radici sono nella terra, i rami protesi verso la luce del sole mentre tronco e corteccia ne sono la forza. Nell’antica tradizione dei cinque elementi il legno è simbolo della crescita e nel ciclo della creazione “il legno brucia per produrre il fuoco, le cui ceneri si decompongono in terra, dove nascono e da dove sono estratti i metalli, che una volta disciolti diventano l’acqua che nutre le piante e gli alberi”. Si torna sempre all’albero, il cui respiro è fonte di vita, il cui legno è il figlio dell’acqua e madre del fuoco e dal cui tronco e corteccia vengono estratti i tannini, che definisco polveri magiche, utilizzati proprio nella concia al vegetale. Estrazione che avviene nel rispetto delle foreste e dei boschi che donano la vita al nostro pianeta azzurro. Il castagno, la mimosa, la tara, il quebracho sono solo alcuni di questi tannini che conferiscono alla pelle sfumature di colori diversi e naturali e un profumo che ci ricorda il trascorrere del tempo. Sono pelli che rispettano il nostro cammino su questa terra sospesa tra le stelle dell’universo, pelli che più invecchiano, più si evolvono, cambiano, si trasformano, rispecchiando il percorso e il fluire della vita.

Se osserviamo i volti delle persone e ne guardiamo le rughe possiamo comprendere se nel corso della loro vita sono state pensierose, scontrose, irose oppure sorridenti e luminose perché la pelle è come una fotografia del divenire e del costante cambiamento, così come nel ciclo della natura nulla muore e tutto si trasforma.

Ed è così per la pelle che le Concerie Associate del Consorzio realizzano, un pellame nel quale crepe, variazioni di colore, piccole imperfezioni comunicano come nella vita sia indispensabile “essere reali”, essere sé stessi accettando i cambiamenti e le necessarie trasformazioni. La natura attraverso la pelle conciata al vegetale ci insegna l’importanza dell’equilibrio e dell’armonia che oggi vengono spesso trascurati e dimenticati nella continua ricerca di un’inesistente perfezione che si riflette nella scelta di materiali assolutamente freddi e senza vita che circondano la nostra quotidianità. Infondo la pelle è un organismo vivente che si trasforma e la missione del Consorzio è di “coccolarla “come si dovrebbe fare con la nostra anima, non dimenticando che la felicità è radicata nella semplicità.

Preservare l’antica tradizione conciaria toscana come una pietra preziosa ed essere innamorati di questo progetto, come di altri simili diffusi nel nostro paese, significa edificare come scrisse Marguerite Yourcenar un “granaio contro il possibile inverno dello spirito”.

Realtà come il Consorzio Vera Pelle Italiana Conciata al Vegetale ci insegnano, come fanno le piante, che la crescita è verso l’alto solo se le radici affondano fortemente nel terreno. Solo nella memoria del nostro passato, radicandoci bene nel presente possiamo aprirci al pur sempre imprevedibile futuro.

In conclusione desidero dedicare alcune semplici parole che possano in qualche modo illuminare, se mai ce ne fosse bisogno, la bellezza di una tradizione che viene tramandata grazie al duro lavoro e alla dedizione di alcune persone, senza le quali probabilmente sarebbe già estinta.

 

Federica Terrida

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